Siamo giunti alla Domenica delle Palme, che dà inizio alla Settimana Santa, la settimana che dà significato e valore a tutto l'anno liturgico, fonte da cui scaturisce la grazia del mistero pasquale, che inonda tutti i giorni della nostra vita. Il racconto della Passione mantiene intatto il suo fascino in ogni evangelista, è un avvenimento che si rivive ogni anno con commozione e partecipazione perché la morte e resurrezione di Gesù rappresentano un “qui e ora” per ciascuno di noi. Non si tratta solamente di ascoltare un racconto doloroso e commovente. La Passione accade per noi, oggi. E' come se il Signore ci dicesse: “Questo è il mio amore per te. Se sei riuscito a fare sufficiente deserto nel tuo cuore in questi 40 giorni, lo potrai capire, potrai anelare alla luce, desiderare di rivivere, come Lazzaro. Io il Signore, il Figlio di Dio, mi dono per te.”
Nella liturgia romana questa è l'unica domenica dell'anno liturgico in cui ascoltiamo la proclamazione di due diversi testi evangelici nella stessa celebrazione: all'inizio, dopo la benedizione degli ulivi, il racconto dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme; poi, nella liturgia della Parola, il lungo racconto della Passione. L'accostamento di queste due pagine è sorprendente, addirittura sconcertante. Non si sarebbero potute scegliere due pagine più in contrasto fra loro. Nel racconto dell'ingresso incontriamo l'accoglienza entusiastica che Gesù riceve nella Città Santa; nel racconto della Passione ci viene narrato il rifiuto che egli subisce fino al punto di essere condannato a morte. Prima di entrare a Gerusalemme Gesù manda a slegare l'asina e il suo puledro, poi egli stesso sarà legato e condotto al macello come una pecora muta. Gesù si siede sull'asina come un re mite, ma verrà inchiodato sulla croce come uno schiavo. È accolto come colui che viene nel nome del Signore, ma presto sarà condannato come uno che lo bestemmia. Viene riconosciuto come il profeta atteso, ma morirà come un malfattore crocifisso tra due malfattori. Al grido iniziale dell'”Osanna” corrisponde alla fine il “crocifiggilo!”. Tutto sembra contrapporsi tra queste due scene, ma la liturgia, con grande sapienza, ci chiede di ascoltare l'una alla luce dell'altra, perché solamente non separandole potremo rispondere alla domanda che si fanno gli abitanti di Gerusalemme: “Chi è costui?”.
Questa apparente contraddizione esplode in tutta la sua violenza in un momento cruciale della Passione, quando Gesù viene schernito con l'affermazione: “Ha salvato altri e non può salvare sé stesso!”. Chi insulta Gesù separa i suoi due volti: se non è capace di salvare sé stesso, smentisce di essere il Messia atteso, il Salvatore promesso, colui che viene nel nome del Signore. Invece, per capire chi è Gesù, occorre comprendere che proprio in questa frase: -“Ha salvato gli altri e non salva sé stesso”- c'è tutta la verità di Dio, tutta la bellezza del suo volto, che Gesù rivela con la sua morte. “Ha salvato gli altri”: è vero! Gesù così ci salva, continua a slegare i legacci che ci imprigionano rendendoci schiavi del male, della morte, dell'incompiutezza della nostra vita. E noi, con le folle di Gerusalemme, dobbiamo continuare ad accoglierlo come colui che viene a liberarci. Nello stesso tempo però dobbiamo rimanere ai piedi della croce, per contemplare che Egli non salva sé stesso: questo è il modo con cui Gesù ci libera, non con un atto di potenza, ma con la debolezza di un amore che si dona senza riserve, senza nulla trattenere per sé, nemmeno la propria vita: Egli non salva sé stesso per poter salvare noi, per poterci salvare davvero, fin dentro le radici più profonde e nascoste del nostro cuore. Se a salvarci fosse solamente la sua potenza, certo verremmo guariti dal male, ma non saremmo trasformati nel cuore. Possiamo così comprendere che l'amore, quando è autentico e radicale, ci salva e ci salva persino da noi stessi, dal nostro confidare nel potere, anziché nell'amore, anche qualora fosse il potere di Dio. Ci salva dalla pretesa di possedere la nostra via in modo egoistico e geloso.
Come l'asina anche noi siamo sciolti dai nostri legacci quando comprendiamo che qualcuno ha bisogno di noi, perché proprio lo scoprire che qualcuno ha bisogno di noi saprà restituirci a noi stessi, alla nostra libertà, alla pienezza della vita. L'amore trasforma il nostro cuore e ci consente di consegnarci, come Gesù, senza riserve nelle mani del Padre, nelle mani dei peccatori, per la salvezza di altri: è in questa consegna che impariamo davvero che cosa significhi confidare in Dio. Noi non abbiamo bisogno di un Dio che solamente salvi la nostra vita, abbiamo bisogno di un Dio che ci garantisca che ogni gesto di amore gratuito di cui saremo capaci, piccolo o grande che sia, non sarà sprecato, non sarà donato invano. Sarà fecondo e porterà frutto anche quando sembrerà sconfitto, incompreso, tradito, rifiutato. E Dio questo ce lo ha garantito nella croce di suo Figlio.
Alla fine della sua versione del racconto della Passione di Gesù, Matteo, da buon ebreo, racconta che il velo del Tempio si squarciò in due. Il velo era un grande pezzo di stoffa che impediva l'accesso e la vista del Santo dei Santi. Ma il velo ora è squarciato, perché Dio ora è visibile, si è reso visibile e il suo volto non è come forse ce lo rappresentava il nostro timore: non è il volto imperturbabile di un Dio perfetto, che guarda dall'alto della sua onnipotenza, della sua eternità le vicissitudini delle sue creature. Ora Dio è nudo. Tolto il velo che ci separava da Lui, vediamo il volto di un Dio consegnato per amore, che accetta di non essere capito, di essere oltraggiato per amore degli uomini: questo è il suo vero volto svelato nella Passione.
Vorrei concludere sottolineando che in tutta la vicenda della Passione di Gesù, dal Getsemani alla croce, troviamo sublimati tutti quelli che sono i principi fondanti e più profondi della nostra Regola: Nulla anteporre a Dio, povertà, umiltà, obbedienza, perdono, amore fraterno. Sento quindi rivolta a me, come cristiana e come monaca, la domanda rivolta a Gesù: “Chi è costui?”. Mi chiederò: “Chi sono io?” alla luce di questi valori, che fanno da specchio esigente, ma necessario alla mia vita. Questa sarà la mia riflessione, il mio esame di coscienza durante la Settimana Santa.




